Congiunzioni, musicali.

A sera la chiesa di San Giovanni è senza cipria ma con un trucco turchino del XVIII secolo si mescola a una nuova onda del XXI.

Se il barocco si è sempre visto adesso si sente pure in tutta la piazza nuda integrale. Ripercorre il viaggio di don Lionardo che anticipa di un secolo quello di un conterraneo (bleffatore?) brigante, magio e profumiere dentro il corpo di un nostro adolescente. Anche Lionardo è uno e tanti, con orecchio, voce e cento ducati può attraversare più sicuro boschi, gravine e montagne verso il conservatorio della Pietà dei Turchini a Napoli. Violini e clavicembalo si lasciano pure pizzicare e le nacchere riproducono i passi dei murgesi col vomere che solca la terra fino al mare. Il tempo è lo stesso occorso al sanvitese per farsi maestro Turchino, nel frattempo marito con le occhiaie e padre fiducioso per tutte le cose che ci sono in cielo e in terra. In terra di San Vito ci sono anche altri due maestri, Cosimo Prontera delle note e Sergio Rubini delle parole. Si fossero disgiunti un attimo! Si fosse imbrigliata una volta la lingua del narratore! Niente, perfetti, avanti sicuri come il cavallo dal paese alla campagna fino al mare. Se trecento battute bastano per avvicinare al Barocco Festival le città di oggi a quelle di domani, in novanta minuti abbiamo rivissuto i cinquant’anni di uno tra i principali musicisti del ‘700, quel Leonardo Leo nato a San Vito Dei Normanni e poi emigrato al sud, nella capitale della musica. Questa tappa migratoria è la sola congiunzione stonata con la modernità,  mentre il fluente Rubini ha indossato anche la camicia rossa. Quando il turchino è il colore dominante della serata musicale anche il presentatore non può che essere Celeste. C’era già musica nell’aria di San Vito prima delle serenate a Leonardo Leo. Un altro passo fino al mercato e chissà non s’apra quel civico ottanta per un fatto bellissimo.

 

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