Bellofatto

Quando mi giunse l’invito ad esprimere delle riflessioni sul lavoro di Vito Carenza, BELLOFATTO il tour tra briganti, brigadieri, santi e abitanti…

edito per Les Flâneurs Edizioni 2021 il pensiero è stato il seguente: «Ma, quale contributo potrò portare se le mie letture si sono sempre mosse in ambiti puramente musicali e musicologici? Mi rendo conto che è un mio limite.

Mi sono detto: troverò la risposta leggendo il libro!

E la risposta l’ho individuata addirittura nel primo quadro dei 17 proposti dall’autore.

La lettura mi ha costretto a tenere sempre l’attenzione desta e mai rilassata, come del resto deve essere. La scrittura di Carenza va ad attingere nell’intimità dei personaggi, e ne rivela i contenuti nascosti nelle pieghe della loro vita, va a rivelare quella parte intima che non avrebbero mai rivelato se non col suo l’aiuto.

Il libro si pone a metà strada tra la narrativa, il romanzo storico e la cronaca di momenti appena vissuti (alla maniera giornalistica) e i 17 quadri sono apparentemente divisi dai confini dei titoli, ma la narrazione potrebbe esistere anche senza di essi in una lettura senza soluzione di continuità. Così come gli attori delle vicende che paiono consegnarsi il testimone, pronti a proseguire la dove era stato lasciato. Questo moto, non ho compreso se utilizzato volontariamente o involontariamente – ce lo dirà l’autore – ci fa compiere uno sforzo continuo, ci immette nella narrazione come se ne conoscessimo i precedenti: un allenamento continuo, perpetrato ad ogni titolo.

Così è per Èracle, Nenna Nenna/Giuseppe Valente, Pippinodda la furnara, Vera l’albergatrice, la maestra Rosellina, oppure Vicienze per non parlare poi di Bellofatto, o Philomena. E poi ancora: Gina la barbieressa che conforta il personaggio principale del libro: il Sindaco detective Francesco Laveneziana che non si accontenterà mai della sua vita poco emancipata.

In un quadro di Bellofatto un uomo racconta la «dura vita dei Santi in paese» ma questa è la “condanna” di tutti quelli che si sentono degli “apocalittici” e non degli “integrati” per dirla con le parole di Umberto Eco. La costante insofferenza è l’ingrediente principale di chi guarda al di là, di chi guarda oltre la “rezza”. Chi pone lo sguardo al di qua, al contrario, è un integrato che si lascia scorrere fra le acque placide dell’indifferenza, ingrediente che i paesi del nostro Sud sanno offrire come dono abbondante.

I racconti sono immersi nelle nostre terre: in terra di Brindisi (in particolare) e di Puglia (più in generale) e vanno letti ed immaginati non nelle plumbee e grigie serate d’inverno ma certamente negli assolati pomeriggi estivi dove rezze, piazze pavimentate a chianca, bianchi muretti a secco, chiese dai muri carparini – e l’elenco per individuare le peculiarità il nostro Sud sarebbe lungo – si ricoprono di valore iconografico.

Vengono scecherati linguaggi immaginativi a favore di quel fine osservatore che è Vito Carenza:

« …l’arena diventa arnia per i delfini del ponte che giocano con le pinne punte»; il puzzle si comporrà anche di frasi in vernacolo (atavica reminiscenza pronta a porsi come scudo nei confronti dei dominatori), e così si legge: «Quant cià vulut p’ bevere sta birra!»  Questa è la formula della soddisfazione, sono le parole di uno dei personaggi tarantini!

Io avrei aggiunto “…sta Raff’ ghiacciat” perché per i tarantini la birra è tale solo se si tratta della RAFFO.

La lettura ti porta ad intuire l’inquietudine dell’autore nei confronti di un territorio strepitoso, bellissimo, fascinoso ma che spesso si prostituisce per sembrare ancor più bello danneggiandosi. Infatti, leggendo, si percepisce che esiste una maniera diversa, non so se nuova ma certamente intrigante, di raccontare le radici di questa Puglia.

Non mancano le metafore che spesso si incontrano. Una tra tutte quella del gelato: «che non si scioglie precorrendo il destino». Ma esiste anche un’analisi, carsica, non immediatamente palesata, del percorso che i personaggi compiono nella loro vita: forse in questo esiste un valore autobiografico? «Il vecchio della gravina che osserva il proprio dopo, «il privilegio concessogli insieme al riconoscimento dell’esperienza promiscua e minacciosa a lui invisibile prima d’ora» (p. 52). L’autore si dimostra essere un’ottima e fine “guida turistica”, infatti dopo le straordinarie vedute della gravina di Laterza fotografate dalla sua penna, oltre all’impareggiabile vista sulle dune di Torre Guaceto (per citarne alcune), si approda alle ricette culinarie offerte da Philomena (p. 55) e con essa, dipinta con «fianchi larghi e labbra carnose», arrivano al nostro naso i profumi delle sue ricette.

Positivo, secondo il mio parere, è stato aggiungere a corredo delle descrizioni testuali, le immagini. Queste aiutano il lettore a riposare occhi e mente, lettore che spesso si ritrova a dipanare le riflessioni degli stessi personaggi maledettamente magnetici: si desidera giungere alla fine del racconto per capirne di più.

Ma che ci faccio io qui?!

Così scrivevo nella mia prolusione (prendo a prestito un titolo di un programma televisivo).

Il mistero si è sciolto nel primo racconto: CHICCHI.

Come può non piacermi? E come non assecondare il visionario sindaco Francesco Laveneziana che voleva, e leggo testualmente: «la musica di Leonardo Leo bisognerebbe trasmetterla nella piazza tutti i giorni e nelle orecchie dei sanvitesi i lunedì durante il mercato settimanale»?

Ottima proposta, ma sarebbe coercitivo? Basterebbe che tutti i figli di quella seconda madre, come l’autore indica quelli “della Maddalena” – il richiamo all’opera leana è inequivocabile –, figli insofferenti, insoddisfatti, irrequieti, aspiranti, curiosi, frequentassero gli appuntamenti del Festival che a Leo dedichiamo da 24 anni a questa parte; poi si passerà agli indifferenti!

(Ma questo è un altro discorso)

Auguri a BELLOFATTO!

Auguri all’inquietudine di VITO CARENZA!

BUONA LETTURA

BUONA LETTURA

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