Duemilaeccì

“Questa crisi senza precedenti vuole disintegrare i sogni di chi partorisce la felicità dei tanti turisti che scelgono l’Italia…

Siamo guerrieri silenziosi e fronteggiamo la catastrofe, anzi no, combattiamo un esercito di mosche capeggiato da uno stolto che ha voluto farci vedere un elefante.” Francesco Laveneziana sorride di rabbia mentre legge e ascolta e dal ventennio precedente gli giunge quella domanda retorica a cui sente dover dare un altro contenuto: “Se l’ospitalità è il requisito minimo del turismo, grande quanto una mosca, perché la cavalchiamo come fosse un elefante?” Francesco ha visto spot di tutti i colori sin da quando l’Italia lunga e ricca veniva rappresentata pressappoco come il Mediterraneo da scoprire, senza alcuna diversità che nasce dalla penetrazione negli strati profondi delle comunità da cui trarre e aggiungere ricchezza ulteriore al patrimonio nazionale. Ancora oggi, e più che mai, la sola battaglia da intraprendere è quella contro il pensiero unico che causa ripetitività epocali e nessuna crescita. Francesco accorcia le distanze e il tempo e compara le contingenze storiche. “Ospitalità, ospitalità, siamo ospitali, i più ospitali, vocati al turismo, siamo il turismo. Se così fosse, mantenendo il momento semantico della parola ospitalità e privilegiando di turismo il significante otterremmo ospitalismo.” Il campo d’azione del sindaco, o forse non più, è quello culturale del territorio, poi la buona compagnia di Eracle gli è servita a spostare e a mescolare le parole e a considerarle entità viaggianti. “Se turismo e ospitalità sono invece fenomeni slegati possiamo credere che le terre turisticamente penalizzate lo sono in quanto non ospitali. E se l’ospitalità avesse tante facce quanti gli individui o se potessimo farne a meno? Vuoi mettere il fascino di una terra inospitale? Molti ne sono attratti e si entusiasmano in una zona di vita intensa, tanto da narrarne il percorso con l’emozione che distrugge la sintassi”, Francesco si arresta al ricordo di chi affascinato da quella inospitalità yenemita, un viaggio da intraprendere anche a costo di essere sequestrato. Lui brigante silenzioso, pensa che siamo ingenerosi, dunque inospitali, se continuiamo a negare l’ovvio stato d’emergenza e dichiariamo colpevole chi ha parlato molto e ha svuotato gli aerei con gli aeroporti. “Alla fine dei conti economici ci accorgiamo che siamo assaliti periodicamente dall’infettante finanziario, geologico, sanitario, tutti terroristi che a turno interrompono il più facile incontro, sulla bancarella più agevole, tra domanda e offerta. Tanto vale dedicare una buona dose di tempo d’impresa nel creare ad arte nuovi protagonisti, anziché aspettare il prossimo virus tanto letale ma molto più piccolo di una mosca.”

 

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