Confessione brigante

Scorre stretto il dialetto di Philomena Passalacqua, striscia sulla soglia di Carovigno e defluisce in una massaria adriatica.

Dopo la risalita del corso d’acqua di Laterza, Belisario varca l’uscio di Masseria Marinò, la china su cui giacciono sospesi i conti col passato, ma anche la più vicina al mare. “Da 150 anni cerco riparo dalla pioggia di proiettili. Saccheggio Carovigno con la banda di mio cugino Nicola Laveneziana, trasciniamo al Santuario di Belvedere Don Federico Vacca, mentre la parte del paese più miserabile, per ciò confusa, si lascia trasportare festante. Nicola, persino lui, da buon conservatore consegna le chiavi del paese alla madonna protettrice dei carovignesi ed esige dal parroco la celebrazione della messa con la benedizione. Portato il sacerdote all’altare, questi non si arrende neanche con la mia pistola puntata alla tempia”, tracima la coscienza di Francesco Laveneziana, l’onda invade l’aia e la grotta sotto la masseria. “Madonna di Belvedere, aiutami; Don Federico prega con una preghiera che inceppa la pistola. Scappo e m’imprigiono proprio nel mare profondo della massaria sino all’arrivo di tutta la banda inseguita da guardie nazionali e carabinieri a cavallo. Gli ulivi sono i loro scudi, le mura alte e impermeabili i nostri, ho venticinque anni e non sparo neppure un colpo perché sento di aver già ucciso a sangue freddo, nonostante l’arma abbia fatto cilecca. Sparano finché ce n’è e c’è chi ci lascia la pelle. Poi il silenzio coperto dal rumore di quell’altro mare che sento per la prima volta. Alle guarnigioni giunge l’ordine di ritirarsi, sono intervenuti i Del Prete, famiglia che ha ceduto in comodato d’uso gratuito la massaria a mio cugino, secondo una strategia politica ed economica atta a proteggere gli altri beni. Ci disperdiamo per la campagna, catturato mi processano e condannano a venti anni di lavori forzati. Rimpiango la mia vita, penso dove sarebbe finito il mio corpo, voglio vivere di nuovo come vive un tronco dopo il reimpianto.” La confessione ha bagnato l’arido ma  la vita della masseria puzza ancora di bruciato. Carmine Patisso, sporco e sempre fasciato, è nell’angolo più buio della grotta, le sue capre brucano ciò che resta nell’aia, suo fratello Vincenzo, sdraiato sulla terrazza e con la spalla poggiata ad un fumaiolo, continua a bucarsi le orecchie appendendoci orecchini mossi dal vento che soffia dal mare. Oronzo Barco ha cresciuto la barba e a guardarlo bene non si capisce il perché del Bellofatto. Michele Clericuzio, ancora qui suo malgrado, per colpa di un po’ d’aceto e due melograne, approfitta della sua arte per rifare i muri dell’ovile. Giuseppe Valente è in una camera al piano di sopra, seduto su una poltrona di tessuto marrone e la coppola dello stesso colore abbassata sugli occhi. Nicola e il suo cavallo sono nell’uliveto tra chi raccoglie le olive, un’ogliarola sfugge ad una mano, guarda Francesco e gli dice: “Mai mettersi in politica se si è persona onesta e capace; ti massacrano e ti portano alla morte.” “Ho parlato sin’ora col passato, posso perciò rispondere ad un’oliva”, si dice il Laveneziana, il quale se non fosse stato ilare con se stesso non sarebbe rivissuto. “E’ udibile ed altrettanto evidente che anche tu rompi i coglioni e non solo gli schemi”, si fa sentire così Francesco fingendo di non aver identificato chi c’è dentro quell’ovale dalla polpa vinosa. “Ho da fare ancora troppe cose e da oggi ho bisogno di tanto altro tempo”, continua l’uomo. “Se lasciassi andare darei sollievo ai più a cui sono scomodo. Sono tanti i luoghi di cui scovare il senso da comunicare con il linguaggio opportuno, punto d’origine e posto dell’anima. A Masseria Marinò tocco per conservare, cambio solo forma al portale, l’arrotondo per indicare il percorso necessario non verso la migliore camera da letto, piuttosto il salotto circolare in cui si coinvolgono le risorse territoriali. Disegnato il rione Terra del paese stiro la linea della sua marina. L’odore di bruciato è già diverso, a quello rupestre si lega non il fumo delle torri di Santa Sabina e Guaceto, ma dei pezzi del fazzoletto pubblico marino, alcuni usati come rifiuto e altri conquistati da invasori domestici. Gli ultimi occupanti arrivati dal mare sono stati i saraceni. Nella massaria giocavamo al tiro alla fune e in nome della circolarità delle risorse la pratichiamo adesso al mare. E’ lunga 14 km e tirando da ambo le parti creiamo tensione al centro da cui si staccano le abitudini da macerare.”

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