Oh, che bel castello!

“Principessa senza principe con la scarpetta rossa in mano forte come una goccia di mare; principessa senza principe…”

Eracle, guidato dal messaggio di Francesco Laveneziana, è già nella stretta Via Regina Margherita a Carovigno, dove provoca una coda di auto di chi abita il rione Terra e sta rientrando dal mare, di altri che aggirano il quartiere per ragioni occulte, tutti costretti a procedere a passo dell’uomo. Col clacson c’è chi vuole persuaderlo di spostarsi dal centro e farsi a destra o a sinistra. Lui se ne fotte letteralmente perché il centro è il luogo dove tutto ha inizio, come Milano in l’Italia, Londra in Europa e New York già prima. Il conducente di un calessino, con a bordo una coppia di turisti che mangia polpette in cartoccio, si espone per urlare ai pochi impazienti di farla finita nel nome di un paese da pedonare. Eracle mai naviga a vista, infatti la decifrazione del comunicato si delinea puntuale, prova ne è il guscio del castello che a mo’ di prua gli viene incontro a sinistra. Già sa che dentro quella corteccia c’è una mandorla e che dovrà si leggere nelle venature della sua pelle. Fuori, a destra, c’è  l’ufficio anagrafe, il glottologo pensa alle identità locali ritrovate e a quelle ancora disperse; intanto dietro tacciono gli ultimi clacson. La nave dell’ammiraglio dei Dentice di Frasso, caduto infine con un aereo, è sulla stessa traiettoria della villa e del parco comunali che naufragano nell’Adriatico. “Questa varietà di verde non ce l’ha nessuno”, il levante impedisce al pensiero eracleo di farsi udire da quelli dietro, nonostante abbiano spento i motori e vuotato i cartocci, solo l’odore di fritto nell’apecar scoperta è sopravento e raggiunge Eracle con sostenibilità. “La Porta Nova, il luogo figo dove anche mio padre si aggregava  dando le spalle al maniero e gli occhi ad Ostuni! Il varco è sullo spiazzo scosceso su cui è scivolato rimanendoci il verbo rimpallare, indirizzato a chi svuota di responsabilità il proprio barile”, ricordi carenziani che gli ritornano mentre si slega la coda di veicoli. Anche Eracle ha voltato le spalle al castello svuotato da alcuni e circondato da un fossato ideale scavato da altri in cui cadono le ulteriori risorse territoriali. Lo attraversa adesso con la stessa determinazione con cui ha invaso la Terra,  stavolta per il faccia a faccia col normanno al pari di Nenna Nenna. Daniela è il soldato di turno al bastimento a cui chiede di accedere alle segrete, il cuore millenario quindici gradi caldo e sul quale, nei secoli, ne sono stati generati degli altri intrisi di gentilezza e sentimento dosati di aristocratica femminilità. “Non credo siano questi i piani in cui possa trovare delle tracce significative per la mia ricerca, piuttosto quello cinque metri sotto i nostri piedi”, dice alla guida assoldata, mentre gli viene consigliato d’indossare un casco protettivo, perché ci si addentrerà in un corridoio realizzato per gli uomini più alti dell’epoca normanna. Invece lo mette subito da parte, dall’alto del suo bisogno d’indossare sempre meno accessori. “Dovrei esserci già stato qui ma non mi tornano le immagini, forse è soltanto il  frutto di una suggestione conseguente ad un racconto del Laveneziana, perché ricordo spazi più angusti e feritoie”, confida a Daniela la quale lo rassicura di questa unica esistenza sotterranea. “Si, è un déjà vu, ci sono stati interventi di restauro non sempre conservativo e le feritoie sono al secondo piano. Queste segrete profonde di destra e di sinistra si sono rigenerate in depositi alimentari e neviere con il ridimensionamento degli stessi accessi”, la guida fa notare il contrasto tra la muratura normanna e quella successiva. “Principessa senza principe con la scarpetta rossa in mano forte come una goccia di mare”, pronuncia Eracle sporgendosi in una segreta. “Si, quella corda tesa e robusta è una radice”, conferma Daniela. “Si, anche di più, è un’idea”, aggiunge l’uomo e continua forte della sua perspicacia “Vasca di contenimento dell’acqua piovana, quella stessa di cui la radice si alimenta.” Gasato si affaccia nella cella accanto con Daniela “Queste sulla parete sono macchie d’olio”, dice la guida. “Lo sento nell’aria, imprigionato e libero, aria che se miscelata con l’acqua ne aumenta il volume, provocando utili inganni e opportuni risparmi”, la doccia light di novità così raccontata provoca nella donna una percezione del calore  superiore ai 15°. “Il telaio!” esclama Daniela in modalità eraclea, e mentre il linguista sbroglia la sua matassa lei riconosce in una terza cella di che stoffa fosse la contessa, uguale alla composizione appesa di radici tessute. “Il solo telaio rimasto della contessa Elisabetta, moglie del conte Alfredo Dentice di Frasso”, riprende tutta eccitata la donna, “la sua presenza e le apparizioni notturne  sono la personificazione delle idee che vivono qui sotto, il suo volto nel vetro della finestra è il coraggio, la libertà, l’emancipazione trasparenti da conquistarsi a costo di grandi e dolorose rinunce. Ha lasciato in Austria un marito che aveva sposato secondo convenzioni conservatrici, ha subito l’allontanamento dal figlio per seguire l’amore scelto, trovato qui a Carovigno.” Daniela, raggiunta nel profondo dallo spirito di Francesco Laveneziana, continua recitando innanzi all’unico e sorpreso spettatore  una riflessione di Elisabetta Schlippenbach tratta da Una vita che viene dal passato “Così non si può andare avanti eppure si è sempre andato avanti, e si continua e si continuerà ad andare sempre avanti, finché il tempo e le circostanze stesse volgeranno lentamente e automaticamente in altre direzioni modificando le cose e gli avvenimenti; oppure finché per una netta svolta del destino, tutto d’un tratto e inaspettatamente, si spezza!” “Oh che bel castello marcondirondirondello, oh che bel castello marcondirondirondà – il mio è ancor più bello marcondirondirondello, il mio è ancor più bello marcondirondirondà”, Eracle canta sorprendendo Daniela per la seconda volta, spiega il suo canto svelando il nome della prossima brigantessa di Carovigno: “I castelli si governano come ha fatto Elisabetta Schlippenbach e per il cui insegnamento una scuola dell’infanzia porta il suo nome, così si fa con i paesi, non si comandano. La principessa è colei che tale non vuol essere se necessariamente e forzatamente compagna di un principe, semmai il contrario, e questa rivendicazione l’ha espressa in un incontro pubblico Puglia365 a Masseria Carrone, azienda agrituristica di Carovigno. L’allora sindaco non era presente, Francesco Laveneziana c’era. L’assessora regionale al turismo si è compiaciuta ascoltando, ha sorriso dando a Maria Filomena Magli della brava, non un giudizio scolastico ma il riconoscimento istituzionale per la correlazione tra significato e significante di ogni parola a favore del suo territorio se integrato in un macro sistema provinciale che si fa protagonista. La corrispondenza tra assonanza e movimento che allena il ritmo dei bambini è alla base della canzone, alla base del paese pezzo di radice della nuova idea di territorio.”

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