A tutta birra

Marta si sparge il rosa sul viso di mora selvatica, cipria o carparo che sia è così abbondante da colorare e profumare tutta l’isola.

Già in Via Duomo i capelli vorticosi aiutano la semina delle polveri e le spalle della guerriera sostituiscono le inferriate sgarbate innalzate poco oltre Piazzetta San Martino. Al di qua del limite, che insiste proprio sul salto di quota, ovvero, lo spazio tra il punto più alto della città vecchia e il livello del mare sul versante del Mar Piccolo, i bambini ci giocano sempre. “Ehi, uagne’, ti vuè’ cu mitte in porte e sciuche cu’ nuje? Hamme rumaste sule seje ca Matteje se n’ha sciute, mo’ tenime ‘nu purtiere vulande, ma pigghiame sembre tanda golle.” I bambini del borgo sono un po’ disordinati e sfacciati, così dotati per gettare acqua sul fuoco, loro sanno anche cosa accadde ai loro coetanei di Pompei. Marta non indugia e si posiziona sulla linea ideale di porta, quando Arcangelo, nove anni appena compiuti, le dice:”Si’ ‘u cchiu’ belle murales de Tarande, ci vincime te porte sciue’ sciue’ a’u museje mbra le megghie atlete leggendarie.” “E tu’ ce ne se” di ci ste a’u museje?” riprende Marta. A questo punto la partita di calcio è preceduta da una sorta di cerimonia d’apertura, a mo’ di grande evento. Arcangelo si esibisce sull’intero palcoscenico camminando sulle mani in verticale per lo stupore del portiere e l’incitamento, i fischi e le risa dei compagni. Con una flessione sulle braccia e uno scatto di reni ritorna con i piedi per terra e controllando l’affanno risponde: “Ci sono gli acrobati al museo.” Lo sguardo fiero del bambino crea un profondo disagio nella donna, come quando per amore improvviso. Quel moto pressorio che si propaga nella gabbia di cuore e polmoni non è causato dall’improbabile fuori quota, bensì dallo sfoggio di sapere del furbetto cresciuto in fretta. Marta vorrebbe sorridere ma le tremano le labbra, si riappropria della situazione e dalla porta lancia un fischio con le dita in bocca con cui dà inizio alla partita. Il suo sibilo raggiunge tutti, vola in Via Duomo, si scinde sul pentagramma urbano e ciascuna nota va ad occupare una parte di entrambi i versanti bagnati da mari differenti. Il primo ad essere attratto dal fischio della sirena è il maresciallo Lorenzo Conte, il cicerone del castello aragonese, oramai in congedo dalla Marina e che con il suo italiano si è fatto comprendere misteriosamente da spagnoli, inglesi e giapponesi. Adesso, Lollo è di stanza nei tre piani interrati del borgo, coadiuvato da invisibili volontari che ogni giorno scavano nei corridoi e accendono una nuova lampadina fino a raggiungere il sole sul livello del mare. Intanto, sulla piazza si sta giocando la partita e quei sei ragazzini più il portiere sono una squadra che palla al piede conquista campo, quando la perde tornano tutti in difesa, Marta blocca l’imparabile del giorno prima. Ci sono i falli e le punizioni, i dribbling, le rovesciate naturalmente. L’arbitro non si vede, eppure Arcangelo gli si avvicina per un’accesa rimostranza. Il pubblico sopraggiunto s’infiamma ad ogni rimpallo come allo Iacovone. L’arena, se pur non inclinata, somiglia ad un flipper in cui giocano anche i delfini a suon dei loro fischi e muovendo impulsivamente le pinne seguendo le gesta dei calciatori. Il pomeriggio d’Aprile è caldo anche se il soffio dello scirocco non penetra nella piazza degli artisti di strada, tutti hanno giocato con l’anima, chi in campo e chi fuori. Marta si piega sulle gambe che imitano il suo sorriso e Arcangelo le si avvicina per il cinque. E’ sera quando la tarantina si siede in Piazza Fontana per godersi l’arrivo del maestrale profumato di zagara e nel cielo lievitano nuvoloni d’acqua e malto. “Quant cia’ vulut p bevere sta birra!” pensa.

Note

  1. Signorì ti vuoi mettere in porta e giochi con noi? Siamo rimasti in sei, Matteo se n’è andato, adesso è il nostro portiere volante, ma ci buschiamo sempre tanti goal.
  2. Sei il murales più bello di Taranto, se vinciamo ti porto al museo tra gli atleti leggendari.
  3. E tu che ne sai di c’è al museo?
  4. Quanto c’è voluto per bere questa birra!

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