La regola del cappero

Mangiamaccheroni, sfrattato dal piatto per un solo giorno, si pizzica per svegliarsi dalla caratteristica paralisi del sonno.

Smarrito, come un vecchio bambino sulla triste giostra in Via Ruota Proietti, sperimenta la conseguenza dell’abbandono, più fortunato il suo perché temporaneo, ma forte abbastanza per un sentimento dopo quattro secoli di vita. Lo stato informe lo stordisce prima con la delusione, poi la sfiducia, l’impotenza e infine l’invidia. Chi l’ha visto l’ha descritto nell’atto di digrignare i denti più di quanto dica la tradizione. Ronza appeso al cielo, svolazza tra le vie delle vecchie concerie, è un grasso drone scarico nascosto come uno Stealth che zigzaga dentro la gravina finché non sbatte. Incerto se lasciarsi andare staccandosi dove soltanto le mani degli arrampicatori mettono in conto di potersi spellare, ferisce il muro con la forchetta usata come piccozza. Via Vado Le Sete è zeppa di gente affacciata al belvedere che vede e sente, ma non ancora il sovrannaturale in agitazione nel canyon laertino. Il letto del torrente è secco ormai come l’aria, nella cui afa il lamento di Mangiamaccheroni si confonde con le voci delle api. Chi vede e sente già la meraviglia sono proprio le Sete, ed una tra queste, dimentica della sua natura divina, dal ramo di un melograno chiama soccorso per l’improbabile e goffo climber. “Chijm a mamt” replica quest’ultimo. Così la dea si ricorda di Philomena Passalacqua, la sola col pugno capace di modellare anche il ferro. “Mangiamaccarù, ti conosco da quarant’anni e questa tua disperazione l’avevo prevista” interviene Philomena tra lo stupore umano. “Sii curioso invece e forte nella competizione” continua la ceramista, “è da tanto tempo che desidero la mia rivoluzione, i Borboni e il Regno di Napoli, i cavalli e i cavalieri mi hanno avvilita, come quando da bambina la farfalla di plastilina ha smorzato la mia curiosità, costringendomi a questa narcisistica creazione. A me non basta essere me stessa, ferma come una tradizione, voglio creare e farmi seguire dai contemporanei, anziché inseguirli. Voglio il valore della differenza, della history e della herstory, ovvero l’unicità della forma e dell’istoria propria di ciascun giovane artista di Laterza.” “Istori, estori, ma ce iè? T vue f schijt propagand” risponde Mangiamaccheroni. “E vabben” riprende Philomena, “ma non m ndress u piatt chijn iosch, penso invece al dopo, meglio meno maccheroni adesso se compensati da una visione.” “Filomé, ma ce ue vd.” “Sim rums in tr o quatt, Mangiamaccarù, e senza visiun pur tu si destint a sparij. Io vedo le fornaci riaccese dai ragazzi, tra donne e uomini che si alimentano d’amore seguendo la regola del cappero.” “A regl du cappr? Menoml ca mitt iacqu indr a borracc!” “Sei rimasto nel ‘600 amico mio, il cappero insegna alla città lo stare insieme di eletti, artisti e prodotti, proprio come i boccioli, i fiori e i frutti della rupicola. La borraccia rappresenta anche questo e la sua acqua può passare in gravina e pure nella tua gola.”

La borraccia © Passalacqua è proprietà intellettuale di Vito Carenza, il design e la realizzazione è di Bottega Marilli. Tutti i diritti riservati.

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