Passalacqua

Passalacqua in Via Marina riconosce il profumo di cappero della sua cosmesi, ma stamattina non ha avuto voglia di truccarsi.

Sente straordinaria la fragranza paradisiaca della pianta che tiene insieme, e nello stesso tempo, boccioli, fiori e frutti. L’aroma si fa più ridondante quando la corrente d’acqua sbatte sulla curva della gravina, un muro di 50 metri che alimenta anche la spinta del torrente verso il mare. La parabola è la stessa disegnata dalle mani del torniante, ma Philomena oggi non vuole manco lavorare. Sulla sua guancia nuda suona lo schiaffo freddo dell’acqua salito ben oltre il belvedere di Laterza, una sberla che sveglia in anticipo il bocciolo della pianta rupicola. “Se l’argilla non crea resistenza la gravina invece dovrebbe, l’acqua che graffia dalla Murgia, per di più adesso, scivola come un bob sulla pista ghiacciata, stretta e con sali e scendi, proprio come i 12 km della gravina e i percorsi del centro storico prima che confluiscano nelle ampie piazze”, pensa Philomena Passalacqua, dopo essersi lasciata alle spalle la porta di casa per non aprire quella del laboratorio. “Niente make up per la maiolica, almeno per oggi… Mangiamaccheroni ti tocca aspettare.” La ceramista è una laertina esuberante, dinamica, appassionata del suo territorio, e vuole di più a dispetto dei tanti che si ripromettono di affacciarsi per vedere la bellezza legittimata. Il seme della forza che si sta sprigionando nel lungo e profondo serpentone terrestre pieno d’acqua bianca, il colore proprio della maiolica a riposo, è la sorgente dell’artigiana. Il flusso copioso sta riempiendo spazi profondi 230 metri e larghi 400, ma non sradica boschi né chiude il becco alla cicogna nera. Esso è rabbia ragionata che si muove e attraversa il vuoto di passione dell’artista empatico con l’ambiente, conviventi nella trasmissione alternata di suoni e rumori in città. Philomena, orfana, raggiunge Via Ruota Proietti e compie più di un lungo giro su se stessa alla ricerca della modernizzazione dell’istoria. Sin da questa mattina le mani della femmina agitano continuamente polvere in fondo alle tasche, tranne l’insistenza niente che possa suscitare meraviglia. Magari, fosse stata cipria o semola! Accade, invece, che dal serpentone le giunga uno sputo d’acqua che, asciugato, lascia tracce blu sui polpastrelli della mano destra, mentre una contrazione muove la guancia appena truccata, è l’onda. E’ l’immenso corso laertino che esonda di mare per svuotare lo Ionio di plastica.

© Passalacqua. La borraccia è proprietà intellettuale di Vito Carenza, il design e la realizzazione è di Bottega Marilli. Tutti i diritti riservati.

2 commenti

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    Posted by Giuliana| Marzo 27, 2019 |Rispondi

    Leggendo questo racconto mi sono venute alla mente le seguenti riflessioni.
    Evocazione di movimenti sinuosi ma anche scatti di forza ed energia che spingono a pensare, sognare, soffrire ed, infine, a fare.
    Creare un manufatto che accolga e contenga, sia strumento di passaggio e di deposito. Possa essere donato e di co seguenza aiutare a rimembrare. Accogliente e feticista, pieno di sé e al tempo stesso vuoto contenitore che accoglie e preserva……..la borraccia di Philomena Passalacqua, per ME è tutto ciò.

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      Posted by Vito| Marzo 29, 2019 |Rispondi

      La borraccia Passalacqua, il Passalacqua, maschio e femmina, le tante anime, i contenuti di Laterza nello spazio stretto in mano.

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