L’appello

Dalla scuola materna fino al rione Terra ci sono un paio di decenni, Eracle li percorre, da grande vuole fare il glottologo.

Passo dopo passo si struttura e si libera di sovrastrutture proprio come la parola. Crede che l’evoluzione di una lingua passi dai rapporti sociali che le persone intrecciano, pertanto, allo spopolamento di un luogo consegue la sospensione del processo evolutivo della lingua parlata. Si appassiona sin da piccolo all’attraversamento de la Terra e continua ogni volta che gli è possibile, come un detective la cui discrezione investigativa è un impasto di mania e indifferenza. Conta, senza possibilità d’errore, i residenti in strada, ascolta i dialoghi casalinghi che passano fuori da rezze e finestre, ne misura la durata e i partecipanti. Di ciascuno cronometra la pronuncia delle ultime due sillabe della parola che vorrebbe chiudere un pensiero, destinato ad un lungo, lento e lagnoso precipizio colmo d’irresponsabilità. Perché ogni caduta verbale è accompagnata da un timido punto interrogativo, che denota la richiesta d’aiuto nell’apparente capacità d’autonomia individuale. Nella distanza tra la domanda e la risposta c’è la sala di attesa del linguaggio. lì risiede il dialetto carovignese e la caratteristica fonologica nello specifico, sonorità che si trasferisce inevitabilmente nell’italiano parlato in loco. Lo svuotamento del borgo è l’anestetico del linguaggio che, pur dormiente, si appella per combattere l’egoismo e l’indisposizione alla partecipazione sociale di ciascun individuo. La sola persona con cui Eracle si confronta sul tema è il suo antico amico Francesco, Laveneziana Francesco, sindaco di Carovigno, profondo conoscitore delle origini del paese e di quel rione che l’ha visto nascere e interpretare i ruoli più disparati. La complicità tra i due è pari a quella tra fratelli di sangue e il percorso ideale dove trovare soluzione ai problemi, per il primo cittadino, è quello obbligato dal chiostro del municipio. L’assenza di un lato rende il portico un circuito incompleto, costringe così ad andare oltre, una sorta di allenamento a cui Eracle è avvezzo. Giunti più volte innanzi al muro, dodici secondo Eracle, Francesco conclude: ”Voglio che ti occupi della rivitalizzazione de la Terra, il tuo fascino è contagioso, già tanti ti seguono nel borgo per curiosare la ragione della tua costante frequenza, ricamandoci sopra straordinarie leggende. Sai anche sono molte quelle che ti seguirebbero per mera attrazione. “Scià” risponde Eracle. Il giorno dopo è già nel centro con due carabinieri per setacciare case e corti, urlando e scandendo bene il nome Nenna Nenna. Il linguista infila la mano tra le sbarre di un doppio infisso di ferro per bussare ad una porta, apre una signora il cui corpo si è fermato al giorno in cui, all’asilo, gli raccontava di Bellofatto e dell’altro brigante adesso ricercato. “Nenna Nenna è qui?” chiede Eracle riconoscendo subito la maestra Rosellina, la quale replica: ”Nenna Neeennaa!?” “No, Nenna Nenna” la corregge Eracle. La notizia dell’irruzione fa presto il giro del paese, i carovignesi circondano la Terra e vi accedono da tutte le vie di fuga senza sapere che stanno diventando le vie del ritorno. Un gruppo è capeggiato da Giovanna nel cui corpo c’è una brigantessa che aspetta di poter evadere da 150 anni. La donna urla forsennatamente: “Nenna Nenna, Nenna Nenna”, a cui seguono le altre voci senza più esitazioni e nemmeno domande. Le strade del quartiere sono oramai invase da cittadini finalmente invasati dal nuovo arrangiamento ispirato dalla reciprocità delle relazioni.

2 commenti

  1. avatar
    Posted by Tosio| Gennaio 23, 2019 |Rispondi

    Manca qualcuno….

  2. Posted by Vito Carenza| Gennaio 24, 2019 |Rispondi

    Ne mancano tanti.

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