Gli spietati

Francesco Laveneziana non gioca più con le pistole, né mai è stato il bullo che si pensava diventasse, un combattente inquieto si.

Buffo il suo tempo che ha fatto di lui un altro Nenna Nenna, stavolta il viaggiatore lento e domestico, abbigliato sempre da brigante con la coppola e il gilet, già pronto al prossimo decennio. Perché le gesta anarchiche dei compaseani, e mai compari, raccontategli dalla maestra Rosellina, non le ha mai scordate. Francesco è il flauner che non t’aspetti ne la Terra di Carovigno, portatore sia di un cinque in condotta scolastica e sia di una sua verità morelliana, che così recita:

“Ho già gli occhiali per guardarti lontano, mi dicono,

m’irridono lo so, e così giù dal primo piano sullo sterrato per i carretti che a gara li frantumano.

Sei vicina nei miei sogni di bambino, tu più grande ma noi già grandi.

Sei l’idea che m’impegna, appuntamento d’ogni sera, di uno sceneggiato una puntata, una storia da costruire, attori pronti a girare.

Con la mia auto in tuo aiuto, ti salvo e poi ti amo.

Ruota veloce la pellicola nella mia mente, mi piace e ad ogni fine la riavvolgo, la rivedo, cambio qualche dettaglio e guardo solo quello.

Attento e soddisfatto fermo dentro il letto sudo e mi sento stanco, finché non spengo soddisfatto.”

E’ la rivelazione a cui Francesco pensa ogni volta che attraversa Corso Vittorio Emanuele con un cartoccio di polpette calde che alza al cielo, come fosse la Coppa del Mondo, giusto all’altezza della casa di Salvatore Morelli con affaccio su la Terra.

L’onorevole di Carovigno, onorato dalle donne, libertario, e libertino nella passione adolescenziale per una terrona e forse poi brigantessa. Francesco, o Franco come ama farsi chiamare per la grande genuinità e libertà che trasmette il diminutivo, ha mangiato tante polpette quanti i proiettili sparati nei racconti, che si aggiungono a quelli Reali di un secolo e mezzo prima. Aveva già conosciuto Salvatore, insieme, a sera seduti sui gradoni, mangiavano fette di pane con polpette di pane il primo e polpette di carne al sugo il secondo. Se per il brigante i gradoni segnavano il confine, per il deputato rappresentavano la scala verso l’emancipazione da perseguire rivendicando il diritto e legiferando. “A sera c’era spazio solo per me e Salvatore dentro una delle luci simili ancora a quelle d’oggi. Dentro quell’occhio di bue umido e sfocato Salvatore mi diceva le sue visioni, nelle quali credeva così tanto da riuscire anch’io a vederle. Invece, in una notte di luna piena e con la piazza illuminata mi ha chiesto se conoscessi il nome della terrona. Lucia, gli ho risposto. Ha voluto lo accompagnassi ne la Terra dalla stretta Via Monte Nero, la stessa da dove vedeva ogni volta la ragazza scendere in piazza. Voleva fare una passata vicino la casa della donna fingendo casualità e sperando o credendo fosse visto. E poi così quasi ogni sera, finché non mi ha letto ciò che aveva scritto per lei, dal titolo 1 Marzo 1838. Prima delle auto e i film ho capito cosa facesse spietatamente nel letto quando la pensava. Mi sono burlato a lungo di lui, giorno dopo giorno gli chiedevo cosa avesse fatto la notte prima e ho dato inizio alla leggendaria necessità nuova degli occhiali. Ha smentito sempre e mai mi ha confidato del suo avvicinamento a Lucia. Una sola volta l’ho spiato fino alla prima edicola sulla strada di Belvedere, dove c’era lei ad aspettarlo. Poi è andato via, ma da Carovigno, per la sua battaglia, io ci sono rimasto per combattere la mia. Eravamo nella stessa guerra. Lui di filantropia ed io d’egoismo ci scambiamo oggi l’arma, non siamo quelli che vincono anche quando sconfitti, non stiamo vincendo, semmai conquistando, pertanto, stiamo ancora perdendo.”

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