Bellofatto

“Ciao campione, com’è andata a scuola?” “Male”, risponde elettrizzato dal gioco e dalla presa in Giro di cui siamo complici.

“Cosa avete fatto?” “Niente.” Le cose sono tante invece e lo caratterizzano quando si veste da maestro. Le recita, basta saper aspettare. “Francè la spicci di fa casinu?”, nel mezzo del pomeriggio, dalla sua cameretta giunge questo avviso. “Chi dice così? A scuola parlate in questo modo?” “La maestra oggi ci ha raccontato di Ronzu Bellofatto e Peppino Nenna Nenna, due briganti carovignesi che si nascondevano in campagna perché non volevano essere soldati del Re, così hanno creato una banda tutta loro. Perché papà?” “Perché ai tempi di Oronzo Barco detto Bellofatto e Giuseppe Valente Nenna Nenna si era costretti ad arruolarsi e chi si rifiutava si nascondeva per non essere arrestato e utilizzava ogni mezzo per proteggersi, spaventando e anche sparando. Perciò diventavano briganti. Ma, adesso dimmi di chi ha detto Francé la spicci di fa casinu.” “L’ha detto la maestra mentre raccontava, stava quasi sognando e poi si è come spaventata quando Francesco Laveneziana ha iniziato a sparare per finta, alzandosi dalla sedia, nascondendosi sotto il tavolo, così l’ha rimproverato in dialetto come i briganti. In effetti Francesco ha dato tanto di quel fastidio che molte cose non le ho sentite.” “Dai, usciamo, ti faccio vedere dove abitavano i due briganti prima di fuggire. Questa è la Terra, la parte più antica di Carovigno, Ronzu e Peppino vivevano qui e comunque hanno trascorso sempre tanto tempo in campagna, perché facevano i pastori o raccoglievano le olive. Diventato brigante Oronzo viene soprannominato Bellofatto perché, se pur molto povero, era un bel ragazzo, non molto alto, ma risoluto nelle intenzioni. Se fosse stato alla corte dei re la sua bellezza sarebbe stata più evidente. Invece Nenna Nenna era l’opposto, bruttino e quando c’era da prendere una decisione importante si concedeva troppo tempo, al punto che giungeva il momento di prenderne una nuova. Erano ragazzi e, se guardi bene, somigliano ancora a questo rione. Questo potrebbe essere il balconcino di Bellofatto, di pietra lavorata, piccolo ma con già tanti segni e ferite.

Nenna Nenna ce lo vedo invece oltre quella finestra in alto, aperta già all’alba per mangiare odore di pane che sale dal forno di Pippinodda La Furnara.

Attraversiamo questi archi veneziani, perché dopo aver sottratto qualche pagnotta è sicuramente la migliore via di fuga per Peppino, non costretto ad abbassare la testa neanche in questo caso.”

“Papà ascolta, è un pianoforte, è Oronzo Bellofatto che lo suona, vero?”

“Si, è lui. Senti i colpi di piccone? E’ Nenna Nenna che batte ancora mentre c’è chi ha già finito.”

“Papà qui fuori si sente profumo di sapone come a casa, ma nessuna voce, solo quella dei colombi! Anzi no, appena arrivati siamo passati sotto un terrazzino a forma di ponte e da sopra un ragazzo ci ha detto buongiorno, ti ricordi?” “Già, però chi ha steso questi panni? Sembrerebbe un mistero.”

“Papà proseguiamo, sono certo che troveremo un altro segno. Ecco, guarda sul davanzale di quella finestra in alto, c’è una vasca con la stessa tavola che la nonna usava per strofinare i panni. Perché l’hanno messa li? Comunque non credo sia opera di Oronzo e neanche di Peppino.

Guardaaa, una bicicletta fiorita! Questa è la casa di Ronzu Bellofatto, che dici?” “Hai ragione, è proprio questa.”

“Papà perché ho avuto questa grande idea?” “Perché qui ci sono ancora passaggi senza porte e chi sa vedere li attraversa e viaggia insieme alla fantasia.”

 

 

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