Blue eggs

“Ciao Vitoo, dimmi tuu .. come posso aiutarti, se è una cosa che può servire.” Michele mi risponde con messaggi vocali attraverso facebook messenger.

E’ a Central Park, ma non sta facendo footing, è l’inflessione del dialetto barese che allunga le parole e, dopo una breve pausa, fa schizzare veloci le altre per recuperare il maggior tempo impiegato prima. Michele frena subito la corsa del suo dire trasformandola in passeggiata, il break tra un pensiero e l’altro si fa più lungo perché ha puntato lo sguardo verso un cespuglio dove brillano delle strane uova. Nel frattempo si accorcia la distanza tra New York e Bari. Le uova sono azzurre e non per un bizzarro gioco di luci del mattino! Il colore gli è naturalmente familiare, le prende e le porta a casa. Con le mani inizia il delicato ping pong che sveglia il contenuto di un uovo, una voce gli dice: ”Io sono qui perché vedo la mia prima casa e ci abito dopo il primo giro di chiave.” E’ un bluebird e Michele decide di aiutarlo a nascere, rompe appena il guscio e ci trova dentro una sedia, simile a quella su cui ora è seduto, ma posta accanto all’uscio di una casa di Mola di Bari con cima di rapa, prezzemolo e violetto accomodati. “1000 lire un chilo di cime di rapa e 20 lire un ciuffo di prezzemolo” pensa. Sposta la rezza, e mammà ha già accesso il fuoco nel camino. Michele riconosce quel tepore più prezioso del sole, se potesse parlarne il tono disegnerebbe un grafico con un picco più basso di nostalgia mista a fermezza tra due alti di entusiasmo e fierezza. Le emozioni scuotono l’uovo come la commozione a Ground Zero.

Tremano gli ipogei di Mola, abitati da individui in apnea, riconosciuti, circolari e rocciosi. Sono macine che girano imperterrite sul posto e schiacciano aria chiusa, quella stessa buia che lui ha respirato nei nascondigli newyorkesi. Il guscio, avvicinato all’orecchio, ha la voce di conchiglia che racconta in teatro aneddoti da teatro di Eduardo De Filippo durante la sua esperienza molese.

Il guscio si frantuma quando, con la stessa forza del sogno americano, il maestrale entra nel ristorante vicino al mare dribblando rape e violetti. E’ furia che serve con i propri colori passando dalla sala alla cucina al bar.

A Manhattan gli attraversamenti sono quelli stessi di Mola, anche gli echi dei soprani, volando sull’oceano, s’incarnano nei canti delle sale nella città adriatica.

Nella ripresa echeggia anche il mio nome: “Vitoo, lasciai il mare per andare dove c’è l’oceano per inseguire il mio sogno. poter comprare a Mola la casa in cui sono nato. Non potendo battere col martello il chiodo nel cemento ho portato via con me pezzi di territorio con cui sono bravo a cucinare.”

[Il Teatro Van Westerhout nella foto 2;  Piatto del ristorante Al Bel paese nella foto 3;  Sala di Palazzo Pesce nella foto 4; Foto di copertina di Nico Valentini]

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