Speranze grandi

Nei canali del cuore scorre il sangue e non ne sentiamo il flusso, anche quando veloce s’immette in un’altra arteria non segnalata, curvando e alzandosi sulla parete.

Con lo stesso impeto tenta di correre, zigzagando, il racconto quando giunge a Carovigno, ma le parole s’inceppano tra luoghi senza eco.

Strade e vecchie case, resti di antiche mura, archi veneziani, tutti balbuzienti chiedono la terapia che possa dare loro espressione, se non proprio spedita, capace d’inviare di giorno in giorno news a chi li ha visitati.

Anche lettere, ma sonanti e regolate da valvole ai campanili, tra questi c’è chi ne ha una, chi due, altri tre e cinque.

Un lavoro di scrittura fatto con le mani, quotidiano, tanto lento va già bene. Che sia solo del sole la celerità per scivolare sulla cera del pavimento e poi scalare pareti prima del ritiro dal buio! Due ore di luce che in altri tempi sarebbe continuata alimentata dai falò, l’evento segnato sul calendario architettonico e stagionale di circa 700 anni fa, per ricordare un rito sacro e popolare. Dal rosone posto in alto all’antico ingresso murato della cattedrale di Carovigno, il 21 giugno il sole passa e lascia con petali e corona tracce integre del lavoro di uno sconosciuto scalpellino.

Un artificio per l’inizio di ogni estate, ignaro l’autore a suo tempo che la bellezza creata per essere secolare sarebbe giunta stressata al racconto, denunciando nella balbuzie la pochezza e l’incuria. Spento il riflettore e alzando la testa nella stretta via nascosta, il racconto vede la pietra come gli è concesso, senza l’ispirazione, senza il suono degli attrezzi, con geometrie spezzate, con mani senza ferite, con corpi senza fatica né sudore.

La profanazione del luogo della congiunzione di metodi solidali, architettonici, fisici, naturali e religiosi è iniziata. Adesso, tutto il sistema di conoscenze di uno scultore si ripartisce matematicamente tra altri talenti e scalatori moderni di speranze grandi.

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